Al Circo di Armando Orfei, il senso dell’umore e dell’umano ancora resiste alla sempre più smagata cronaca dei tempi. Qui si va, e si torna, per trarne un certo conforto e un sorriso. Le luci si spengono, e sulla ribalta viene il presentatore che, con voce trionfale, annuncia: “Signore e signori: A voi, il circo”. Avviluppati in una luce porporina, che trascolora nell’indaco, nel citerino, nel violetto dei fari a led della pista, vanno in scena, per due ore buone, i numeri ben arrangiati di esperti domatori, abili giocolieri, graziose trapeziste, e di un brigante di pagliaccio, agitato e urlone. È lui a coltivare, magnetizzando gli sguardi, l’intesa tra platea e palcoscenico. Senz’altra pretesa che far divertire, con un certo studio di caratteri del suo personaggio – il naso rosso rientra naturalmente tra gli attributi, come la lacrima sul volto di Pierrot. Lo si osserva, gaglioffo, tribolare prima con una corda, poi con un neonato dispettoso (l’uomo, sotto la maschera, sta per diventare papà), infine con un microfono chiacchierino. Dietro alle sue gag, si apparecchiano i numeri. Si montano le gabbie, si tende la corda del funambolo. Sbuffi di fumo bianco dettano la punteggiatura. Gli occhi si alzano allo sfrecciare di frisbee e pappagalli dal piumaggio variopinto, per poi ripiombare sulla pista, dove incedono in cerchio (l’origine latina del nome circo), con passo cadenzato e baldanzoso, bianchissimi cavalli e dinoccolati cammelli, che paiono essere gli animali più forniti di fascino, con il loro lungo pelo dorato e le vuote gobbe flosce.
Ma qui, a dire il vero, l’appetito è tutto per le “belve feroci”, indiscusse protagoniste del numero “tradizionale”, sapientemente orchestrato da Armando Orfei, sulle cui spalle gravano sentimenti carichi di attesa e pure vaghi timori.

 “Fuori le belve!”, urla il presentatore, e un lungo ruggito – roboante, potentissimo – giunge dal di fuori, sovrastando con forza primordiale il cacofonico coro di clacson della strada. Tutti s’azzittiscono, i volti sbiancano. Un rombo di tamburi, sempre più incalzante, annuncia che il momento è arrivato. Qualcuno, svelto, arretra di posto, finendo dalle file del palco diritto in tribuna. All’entrata delle tigri il fiato resta sospeso, come un palloncino riempito d’elio, finché la paura, piano piano, cullata dal tono cordiale di Armando, non si scioglie in un fragoroso applauso. I piccoli spettatori, sempre più disinibiti, complice l’eccessiva ingestione di zuccheri, saltano
e urlano senza riserve come ossessi, mentre quelli grandi, rassicurati dalla complicità di altri adulti consenzienti, smessi i panni del genitore, tornano bambini anche loro, finché dura lo spettacolo, litigandosi l’ultimo pop corn rimasto o accettando volentieri di battere le mani, in modo del tutto disarticolato, al ritmo di Gamgnam Style (il circo, del resto, come diceva Ambrose Bierce, è il luogo dove, a cavalli, puledri ed elefanti è consentito di vedere uomini, donne e bambini fare un po’ gli sciocchi…) Sotto il tendone del Circo “Revolution” ci sono Armando, Sandy e Shannon Orfei, Kevin, Daiana e Vanessa Niemen, Claudio Giannuzzi e Miriam Zorzan, assieme alla giraffa Paolino, alla leonessa Nala e alla tigre Dalton, all’emu Bibì e alla zebra Del Piero, tutta scatti e dribbling. Con loro, i saettanti cavalli Dugan, Sasha, Ghibli, Royal, Piranha, Iller; i simpatici pony Topolino e Furia, che si fanno molto volentieri cavalcare; la mucca scozzese, nera come la pece, Highlander, e i tre favolosi cammelli Saddam, Arafat e Cairo, con il loro cucciolo Perla, la nuova arrivata, da poco venuta al mondo.